IL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO
Dott.ssa Elisa De Marchi

Il termine "ossessione" deriva dal latino "obsidere" che significa bloccare, assediare, occupare, ed è esattamente la sensazione che prova chi si sente costretto a compiere azioni o ad evitarne altre ripetendo indefinitamente questo obbligo a cui non riesce a sottrarsi e di cui non riesce neppure ad appagarsi. Tutti abbiamo delle ossessioni e questo non fa di noi degli ossessivi. I pazienti affetti da DOC, acronimo di disturbo ossessivo compulsivo, sono tormentati da ossessioni patologiche che per essere considerate tali devono avere, rispetto a quelle innocue, le seguenti caratteristiche:
- una soglia elevata di accettabilità
- difficile da allontanare
- maggior durata e maggiore vividità
- provocare un acuto disagio
- frequente ed egodistonica
- indurre maggiore resistenza
- produrre più impulsi da neutralizzare
Questi diventano il problema quando,esternata la loro inefficienza a contenere l'ansia,diventano a loro volta, motivo d'ansia. Quando la pratica del rituale sfugge al controllo dell'interessato allora parliamo di compulsione. Nardone, utilizzando l'espressione di John Locke "da premesse scorrette con una logica corretta si giunge a effetti erronei" spiega come "l'ossessivo compulsivo risponde con una logica corretta a domande scorrette, costruendo un circolo vizioso dentro il quale finisce per perdersi. Nei fatti il suo tentativo di controllare una realtà minacciosa gli appare talmente ragionevole ed efficace da non poterlo più interrompere"(3). Bibliografia
1)Galimberti,U.(1999). Dizionario di Psicologia.Torino:Garzanti , pag 74.
2)Sanavio,E.,Cornoldi,C.(2001).Psicologia clinica.Bologna:Il Mulino.
3)Nardone,G.(2003). Non c'è notte che non veda il giorno.Milano:Ponte aelle grazie.
La Programmazione Neuro Linguistica
per cambiare il senso di efficacia degli studenti
Dott.ssa Roberta Guzzardi
"Il concetto di «senso di autoefficacia» si riferisce alla convinzione nelle proprie capacità di organizzare e realizzare il corso di azioni necessario a gestire adeguatamente le situazioni che si incontreranno in modo da raggiungere i risultati prefissati". E' questa la definizione data da Albert Bandura circa il senso di autoefficacia riportata nel testo: "Il senso di autoefficacia. Aspettative su di sé e azione" edito dal centro studi Erikson nel 1996.
Secondo questa definizione, dunque, l'oggetto di studi è una convinzione che si forma in seguito a determinati fattori tra cui alcune specifiche esperienze, che, se fallimentari, contribuiscono allo sviluppo di convinzioni che ostacolano il senso di autoefficacia, incidendo in maniera negativa su diversi aspetti della vita di chi le possiede.
Particolarmente nella vita di un adolescente, impegnato nell'assolvimento di diversi compiti di sviluppo, la presenza di un basso senso di autoefficacia può avere un'influenza negativa soprattutto per ciò che riguarda l'ambito scolastico, andando a ledere gli aspetti più importanti nella vita di un soggetto in quella fascia d'età. Infatti, un adolescente con convinzioni che ostacolano il senso di autoefficacia, credendo di non essere capace di fronteggiare le situazioni complesse nelle quali si viene a trovare, incorrerà in diversi fallimenti nei campi per lui più significativi: le prestazioni scolastiche grazie a cui misura il proprio valore, il rapporto con i compagni o con i professori.
La prospettiva della programmazione neuro-linguistica (in sigla PNL) utilizza può essere utile per spiegare come si costituiscono e si strutturano le convinzioni di autoefficacia di un individuo, quindi anche in un adolescente.
Secondo la PNL la realtà che ci circonda è gravida troppi stimoli tanto che il cervello umano, pur avendo enormi capacità, non riesce a coglierli e a percepirli tutti.
Una metafora può essere utile per capire meglio e più intuitivamente questo concetto: la realtà che ci circonda può essere paragonata ad una città, mentre, l'immagine mentale che noi abbiamo della realtà, alla mappa di questa città. Essa manca di precisione poiché alcune strade sono state disegnate in maniera deformata rispetto a quelle reali, altre zone non sono state riportate affatto.
Processi di cancellazione, deformazione e generalizzazione, tipici, secondo la prospettiva della PNL, del funzionamento della mente umana, portano le persone a creare delle immagini della realtà che possono più o meno precisamente corrispondere alla realtà stessa. Questi processi sono alla base della formazione delle convinzioni, idee che si ritengono vere sulle cose, le persone, le situazioni circostanti, le possibilità e le capacità che si hanno di raggiungere ciò che si desidera.
Gli strumenti della PNL elaborati e perfezionati negli anni, grazie anche alla collaborazione tra Richard Bandler (fondatore della PNL) e la terapeuta familiare Virginia Satir, potrebbero essere uno strumento utile per modificare le convinzioni che limitano il senso di autoefficacia di cui parla Albert Bandura poiché permetterebbero all'adolescente che ne voglia beneficiare di allargare la propria mappa della realtà arricchendo le proprie percezioni. Non si dovrà sostituire una mappa del mondo con un'altra (cosa che avviene in un processo manipolativo), quanto offrire la possibilità di riguardare per un momento la realtà e di "aggiornare" la propria visione di essa.
Bibliografia:
BANDLER R., Il tempo per cambiare (Time for a Change). Come costruire la propria mente usando la programmazione neurolinguistica, Urgnago (Bg), Nlp Italy, 2003.
BANDLER R.- J. GRINDER, La metamorfosi terapeutica. Principi di programmazione neurolinguistica, Roma, Astrolabio, 1980.
BANDLER R.- J. GRINDER, La struttura della magia, Roma, Astrolabio, 1981.
BANDLER R.- J. GRINDER, La ristrutturazione. La programmazione neurolinguistica e la trasformazione del significato, Roma, Astrolabio, 1983.
BANDURA, Autoefficacia: teoria e applicazioni, Trento, Erickson, 2000.
BANDURA, Il senso di autoefficacia: aspettative su di sé e azione, Trento, Erickson, 1996.
BANDURA, Principles of behavior modification, London, Holt, Rinehart and Winston, 1969.
BANDURA, Self-efficacy: the exercise of control, New York, W. H. Freeman and Company, 1997.
FARMACI? ALCUNE CONSIDERAZIONI
Dott. Giovanni De Marchi

Ci sono situazioni nelle quali essi sono assolutamente indispensabili. Penso al paziente che ha assunto un atteggiamento depressivo ( volutamente non ho usato i termini"ha la depressione" perché ciò presupporrebbe l'esistenza di una malattia e di una sua localizzazione nell'organismo, cosa assolutamente non vera), e che rifiuta di reagire pre-supponendo che la sua sia una situazione senza soluzioni. In questa prospettiva egli si preclude la possibilità di contatti con il mondo, ritenendo che nessuno sia in grado di comprendere quanto lui la gravità della situazione. Il rischio di suicidio in questi casi aumenta, ponendo i familiari in una situazione di ansia cronica.
Un antidepressivo in questi casi può aiutare a sbloccare la sintomatologia permettendo un lavoro di ristrutturazione della prospettiva di osservazione della realtà del paziente.
Quindi il farmaco come mezzo e non come fine.(1)
Daltro canto non è giustificato neppure l'atteggiamento opposto cioè quello di delegare ad una compressa la soluzione del problema.
Quest'ultima condotta è spesso suggerita da una mentalità consumistica promossa proprio dall'' industria del farmaco e veicolata attraverso la sua potente macchina di marketing. La funzione dell'industria in un paese capitalistico è quella di produrre merci. La differenza sostanziale rispetto ai metodi di produzione artigianale è che questa non è successiva alla domanda ma è anticipatrice della stessa. In altri termini il capitale investito per la realizzazione delle strutture esige che la produzione sia sempre la massima consentita dagli impianti di produzione. Ciò porta alla necessità, in una fase immediatamente successiva, di intervenire sulla richiesta di merci, facendo in modo che questa assorba tutta la produzione. E' necessario cioè intervenire per aumentare l'esigenza da parte del cliente di quel certo particolare tipo di prodotto. Ora che questo bisogno sia reale o venga indotto attraverso campagne pubblicitarie non e un problema che l'industria si pone né se lo pone la società capitalistica, pena la crisi del sistema stesso (non si può attribuire importanza sostanziale a dibattiti o articoli di stampa sul problema visto che la pubblicità, considerata "l'anima del commercio" è consentita dalla legge).
D'altro canto creare bisogni fittizi nella popolazione che possono essere soddisfatti semplicemente entrando nel primo ipermercato, può essere utile al sistema in quanto occulta le esigenze di una qualità di vita migliore (2).
Per quanto riguarda l'industria del farmaco, questo si trova ad operare in un mercato regolato dalle stesse leggi economiche di tutte le aziende, ma con dei limiti legati alla natura stessa dei beni prodotti. Infatti, in quanto produttrice di merci, ha interesse ad incrementare il profitto attraverso l'aumento progressivo delle vendite e, in quanto produttrice di farmaci, beni indispensabili alla salute, è limitata nella promozione delle vendite dai vincoli che il Ministero della Sanità pone alle sue forme pubblicitarie a protezione, in un paradosso apparente, della stessa salute dei consumatori (3), (4), (5.)
Ora il problema da analizzare sarebbe quello di valutare l' efficacia dell' intervento del Ministero della Sanità.
Bibliografia:
(1)Bovet D., "La farmacologia è un patrimonio; non va rifiutata, va usata rettamente", in "Tempo medico" n. 160, marzo 1978. </br>
(2) Cfr. Jervis G., Provvidenzialismo e consumismo", in "Sapere" n. 823, ottobre-novembre 1979. </br>
(3) Cfr. Bovet D., "La farmacologia è un patrimonio; non va rifiutata, va usata rettamente", in "Tempo medico" n. 160, marzo 1978. </br>
(4) Norme sulla regolamentazione delle registrazioni e della immissione dei farmaci nel prontuario terapeutico nazionale. Da "Industria dei farmaci" nn. 3-6, marzo giugno 1983. </br>
(5) Il ruolo dell'informazione scientifica di fronte alle nuove realtà della produzione e della società. Da "Industria dei farmaci", nn. 3-6, giugno 1978.
DEPRESSIONE
Dott.ssa Elisa De Marchi

"Adamo scopre la sua nudità e si nasconde, pieno di vergogna e attanagliato dai sensi di colpa per aver disubbidito a Dio mangiando i frutti dell'albero proibito"(Rossi Monti,2001).
De-primere da un punto di vista lessicale equivale a togliere la pressione, ossia perdita, diminuzione, abbassamento e in natura può riferirsi ad un avvallamento del terreno o ad una diminuzione della pressione atmosferica; riferito all'uomo intende uno abbattimento dello stato d'animo, un avvilimento.
Esistono diversi tipi di depressione che differiscono per decorso, sintomatologia e condizionamento da parte di eventi esterni che apportano miglioramenti o peggioramenti alla patologia stessa.
"La maggior parte dei trattati e manuali esistenti riconosce tre forme di depressione:
la depressione reattiva che insorge come reazione spropositata ad un evento vissuto dal soggetto come insopportabilmente doloroso;
la depressione endogena che insorge senza motivi apparenti comunque scollegata dalla vita personale del paziente, come se venisse dal di dentro del soggetto e per la quale si ipotizza una "causa" organica peraltro mai dimostrata;
la depressione nevrotica, in cui l'evento doloroso si associa ad una personalità del soggetto "già predisposta" in senso depressivo" (Piccione,1995).

Il depresso si sente escluso dallo scorrere del tempo vitale e più la sua malattia lo annienta e più sente di non poterne venir fuori; neanche il suicidio viene visto come una via d'uscita perchè è comunque qualcosa da programmare, da attuare e quindi impossibile nelle sua condizioni. Il paziente perde la capacità di co- esister con l'ambiente esterno; sembra apatico nei confronti della vita esterna e interna ma in realtà la sua condizione è tutt'altro che caratterizzata da indifferenza quanto piuttosto da una profonda sofferenza. Cambia radicalmente la percezione del tempo, non c'è più sincronicità tra tempo esterno e tempo interno.
"Da qui la penosa retrospezione del depresso, il suo prevalente o totale rivolgersi all'indietro, verso un passato sentito come carico di possibilità mancate ("se avessi detto, se avessi fatto..."ecc) e di colpe, che vanno da errori che all'osservatore esterno sembrano trascurabili ma giganteggiano nella mente del malinconico, a veri e propri deliri di colpa, di autoaccuse di colpe inesistenti che "confermano" la presente situazione di sciagura"(Ballerini,1997).
Il depresso manifesta la propria sofferenza interna anche attraverso l'espressività corporea che, come sostiene Garofano (2001) è "non a caso definita maschera melanconica: il volto scuro e cupo, lo sguardo triste e spento, distante, a tratti disperato e struggente, talora smarrito nel vuoto; la fronte aggrottata e gli angoli della bocca abbassati tradiscono l'atmosfera rarefatta di un progressivo vuoto esistenziale che fa eco a se stesso; la paralisi di ogni più piccolo movimento di vita, di qualsiasi traccia di speranza, nel dilagare di un'angoscia che rinnega il proprio esistere. La postura si contrae sostanziando da un corpo che tende a ripiegarsi su se stesso, gravato da una pesantezza che rallenta ogni moto di vitalità residua fino all'arresto completo (rallentamento e arresto psicomotorio)" (Monti Rossi, 2001).
Il paziente depresso trascura la propria persona, i movimenti rallentati gli impediscono non solo di lavorare ma anche di svolgere azioni molto più semplici come quella di lavarsi, uscire o leggere; il rallentamento raggiunge anche il pensiero che non spazia e rimane sulle stesse tematiche negative che si ripetono costantemente.
L'eloquio diviene lento e ripetitivo, il depresso perde l'interesse a qualunque tipo di conversazione, offre risposte brevi e faticose. Ha scarsa capacità attentiva e mnemonica, rievoca episodi mai avvenuti in cui ha arrecato danni a se stesso o ad altri di varia natura.
I pazienti depressi usano spesso l'immagine della spirale per descrivere la loro condizione. Hanno la sensazione di girare intorno a se stessi e al proprio dolore per poi finire sempre più in basso senza avere ne la forza ne la possibilità di tornare in cima.
Il depresso tende a mascherare il suo stato d'animo perchè le sue lamentele tengono gli altri a distanza e perchè egli stesso sente di non meritare alcun aiuto.
Bibliografia:
M.,Rossi Monti (a cura di), Percorsi di psicopatologia, Franco Angeli, Milano, 2001.
R. ,Piccione,Manuale di psichiatria,Bulzoni Editore, Roma, 1995.
A.,Ballerini,La diagnosi in psichiatria, La Nuova Italia Scientifica, Roma,1997.
IL DISTURBO DI PANICO
Dott.ssa Maria Cristina Meloni

• palpitazioni, cardiopalma o tachicardia;
• sudorazione;
• tremori fini o a grandi scosse;
• dispnea o sensazione di soffocamento;
• sensazione di asfissia;
• dolore o fastidio al petto;
• nausea o disturbi addominali;
• sensazioni di sbandamento, instabilità, testa leggera, svenimento;
• de-realizzazione (sensazione di irrealtà) o de-personalizzazione (distacco da se stessi);
• paura di perdere il controllo o di impazzire;
• paura di morire;
• parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
• brividi o vampate di calore.
La maggior parte dei sintomi degli attacchi di panico sono di natura somatica, tanto che dei tredici indicatori evidenziati dal DSM-IV, dieci sono di tale natura, e solo tre si riferiscono ad aspetti psicologici. La caratteristica essenziale del disturbo di cui ci si occupa è la presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno un mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico.
Come funziona l' attacco di panico.
Chi si è trovato a sperimentare un attacco di panico riferisce di aver provato una devastante sensazione di morire o di impazzire. E se il primo episodio si è verificato all’improvviso e in modo inaspettato, subito dopo subentra il terrore che possa ricapitare e la persona evita di trovarsi nel luogo dove è avvenuto l’attacco. Ciò intrappola la mente in un circolo vizioso limitando enormemente il campo d’azione dell’individuo che, per “paura della paura”, rinuncia sempre più a molte situazioni sociali. In poco tempo dunque si instaura un vero e proprio disturbo che può avere conseguenze importanti, come la depressione.
Ma la sintomatologia dell' attacco di panico si struttura proprio attraverso le tentate soluzioni che la persona mette in atto nel tentativo di sfuggire alla paura, ed alle reazioni emotive e somatiche che ne conseguono. La prima tentata soluzione disfunzionale che solitamente la persona mette in atto è il tentativo di controllare le proprie sensazioni. Poiché il corpo ha bisogno di quelle sensazioni per potersi sfogare e liberare, il tentativo della mente di inibire e controllare le allarmanti reazioni psicofisiche porta la persona a perdere il controllo, e, senza rendersene conto, proprio perché cerca di controllarle le incrementa. Ciò lo fa spaventare ulteriormente e lo spinge a cercare di aumentare sempre più il controllo fino a generare quel circolo vizioso che porta all’attacco di panico, ovvero al “tentativo di controllo che fa perdere il controllo”. Rapidamente si instaura la paura di trovarsi nei luoghi dove ogni singolo attacco si è verificato e diventa così sempre più difficile uscire da soli e fare qualunque cosa autonomamente senza un aiuto.
Negli attacchi di panico sarà proprio l’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene insieme alla controproducente richiesta d’aiuto, ossia la tendenza ad essere sempre accompagnati e confortati da qualcuno che si presti ad intervenire in caso di crisi di panico e perdita di controllo, che, in poco tempo, porterà la persona a diventare schiava del suo disturbo. Infatti, evitare le situazioni temute, se lì per lì fa sentire salvi, poi ne conferma la pericolosità, così come la propria incapacità di affrontarle costringendo spesso i familiari a farsi carico delle esigenze personali del paziente. Queste strategie purtroppo hanno “l’effetto iniziale di rassicurazione ma poi conducono all’aggravamento della paura e dei suoi effetti limitanti e sintomatici, poiché proprio il fatto di evitare e di avere bisogno di qualcuno accanto pronto a intervenire in aiuto, conferma al soggetto bisognoso la sua incapacità di fronteggiare le situazioni e gestire le proprie reazioni” (Nardone G., Oltre i limiti della paura, p. 21). Questo processo tende a generalizzarsi, funzionando come una vera e propria “profezia che si autodetermina”, fino a divenire un’assoluta necessità che conduce la persona a sviluppare forme gravi di disturbo fobico.
A questo punto che fare? Come uscire dal vortice di paura nel quale ci siamo ingabbiati?
Nel corso degli ultimi vent’anni la Terapia Breve Strategica ha messo a punto degli specifici protocolli di intervento per curare questo disturbo, che hanno mostrato livelli di efficacia (risultati ottenuti) e di efficienza (tempo impiegato) sorprendenti. Oltre il 90% dei casi di Attacchi di Panico trattati con la Terapia Breve Strategica, ottengono una remissione completa dei sintomi in tempi brevi (una media di sette sedute).
In definitiva, aiutando il paziente con attacchi di panico a interrompere le tentate soluzioni disfunzionali e rompendo così il circolo vizioso di percezioni e reazioni patogene, gli si regala una nuova vita in cui agire e cimentarsi mettendo a frutto le proprie risorse personali in cui la paura non fa più paura, bensì diviene coraggio di vivere.
Come ha scritto Angelo D’Arrigo, un noto atleta di sport estremo: “Spingendo quotidianamente un po’ più in là i nostri limiti riusciamo, poco alla volta, a superare le paure che vietano o limitano il pieno possesso della nostra esistenza”.
Bibliografia
Cagnoni F. Il trattamento strategico evoluto del disturbo da attacchi di panico, Rivista Europea di Terapia Breve Strategica e Sistemica N. 1, Arezzo, 2004.
Nardone G., Watzlawick P. (1997), Terapia Breve Strategica, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Nardone G. (1993), Paura, panico, fobie, Ponte alle Grazie, Milano.
Nardone G. (1999), Psicosoluzioni, BUR, Milano.
Nardone G. (2000), Oltre i limiti della paura BUR, Milano.
Nardone G. (2003), Non c’è notte che non veda il giorno, Ponte alle Grazie.
Gabbard, G. (2007), Psichiatria Psicodinamica. Quarta Edizione. Raffaello Cortina Milano.
Ipocondria
Dott.ssa Elisa De Marchi

“L'auto-diagnosi” nasce dall'errata interpretazione di sintomi fisici.
Il paziente ipocondriaco dedica molto tempo alla ricerca di conferme della propria patologia immaginaria: è solito monitorare il proprio corpo ( respiro, battito cardiaco, mal di testa, colorito ecc), documentarsi tramite testi e/o internet, chiedere rassicurazioni mediche, parlarne con parenti e amici. La ricerca continua di variazioni corporee lo porterà inevitabilmente a registrare minimi cambiamenti che, lo ricondurranno nella convinzione di essere malato. Come sostiene Nardone (2003) “la trappola in questo caso è del tipo chi cerca trova. Infatti, di solito l'eccesso di attenzione ai segnali del proprio organismo fa trovare gli indicatori di alterazione che poi spaventano. Il fenomeno paradossale tipico dell'attacco di panico, cioè il tentativo del controllo che fa perdere il controllo, trova in questo caso la sua più conclamata espressione”. Con internet ha la possibilità di avere un quadro completo dei sintomi su cui concentrarsi e, una volta trovati, la spiegazione sulla patologia corrispondente.
È a questo punto che l'ipocondriaco si rivolge al medico e scopre di non avere conferma alla sua diagnosi. L'effetto tranquillità dura ben poco:dapprima ipotizza l'incompetenza del professionista poi, si interroga sulla possibilità di non averlo consultato per la giusta patologia. Molto spesso rifiuta il consiglio di affacciarsi ad una terapia psicoterapica perchè la paura di avere una patologia e l'idea di essere l'unico a preoccuparsene, lo spinge a non perder tempo e a rimettersi “a lavoro” Da qui il circolo vizioso per cui rimette in moto il meccanismo della ricerca convinto di poter trovare la soluzione per placare le sue paure. Le relazioni familiari e lavorative del soggetto vengono inevitabilmente compromesse; l'ipocondriaco si sente incompreso e chi gli sta intorno esasperato dalle continue ricerche e richieste di rassicurazione. L'ipocondria, con il protrarsi del tempo, porta il paziente ad avere delle vere e proprie somatizzazioni causate dall'eccessivo stress a cui il corpo viene sottoposto.
”La persona costruisce, mediante gli effetti della sua fissazione fobica, ciò che poi subisce. Il virtuale diviene reale”(Nardone, 2003). Una tale impostazione sembra possedere inoltre le caratteristiche della profezia che si autodetermina: “Una profezia che si autodetermina è una supposizione o previsione che, come risultato di averla supposta, causa l'avverarsi dell'evento atteso o previsto e così conferma la propria esattezza”(Watzlawick,1988).
BIBLIOGRAFIA
Nardone, G.,(2003). Non c'è notte che non veda il giorno. Milano: Ponte delle Grazie.
Wazlawick, P.,( a cura di). (1988). La realtà inventata. Milano:Feltrinelli.
Timidezza o fobia sociale
Dott.ssa Roberta Guzzardi
Il panico come paura degli altri.
Una delle forme più moderne di Panico riguarda il panico che una persona può provare a contatto con le altre persone.
Molti consocono questo problema
sotto il termine “timidezza”, nella realtà si tratta di una vera e propria forma di fobia riferita alle situazioni sociali e alla interazione con le altre persone.
Chi, per sua sfortuna, è vittima di questa fobia non solo “teme” di essere giudicato male e essere rifiutato dagli altri, ma ne è “convinto” tanto da trovarne continuamente
le prove in giro!
Se qualcuno, infatti, si azzardasse a dire ad una persona affetta da fobia sociale: “non c'è nulla di cui aver paura! Non è vero che le persone ti guardano male!”, lui sarebbe lì pronto a portare
una serie di eventi che vadano proprio a confermare la sua convinzione negativa: “gli altri mi giudicano e mi rifiutano”.
Ma allora come stanno davvero le cose?
Chi soffre di fobia sociale, proprio per la paura di essere giudicato e rifiutato, il più delle volte,con il suo atteggiamento sospettoso e diffidente, produce realmente una reazione
di rifiuto e giudizio negativo da parte delle altre persone.
Può gettar luce sulla questione un concetto caro alla psicologia nominato effetto credenza secondo cui una credenza può costruirsi in due modi: si può partire da un'idea che
induce a mettere in atto determinati comportamenti il cui effetto finisce per confermare la credenza, oppure, al contrario, si possono mettere in atto dei comportamenti che nel
loro ripetersi costruiscono una credenza. Ecco allora che il fobico sociale, certo in partenza di ottenere dei rifiuti, si relazione al mondo sempre con aria circospetta e diffidente
provocando, proprio attraverso tale atteggiamenti, negli altri reazioni non di certo positive, confermando, quindi, la sua credenza di base!
Allora forse la strada per venir fuori dal disturbo di fobia sociale e per superare la paura e il panico che può generare la fobia sociale non è cercare di convincere chi ne soffre
dell'inconsistenza della propria convinzione, ma aiutare lo stesso, a mettere in atto comportamenti diversi che gli permettano di sperimentare delle interazioni finalmente
fonte di soddisfazione personale e sociale!
NARDONE G., Non c'è notte che non veda giorno, Milano, Ponte delle Grazie, 2003
Terapia Breve Strategica: il modello teorico-epistemologico
Dott.ssa Anna Rizzuti
La psicoterapia breve strategica non si basa su di una teoria della natura umana che consenta la formalizzazione dei concetti di normalità e patologia, ma si occupa
della funzionalità del comportamento di fronte ai problemi dell’esistenza e della convivenza, nella convinzione che non è possibile estrapolare un soggetto dal suo contesto interattivo.L’attenzione è quindi sulle relazioni interdipendenti che ognuno vive con se stesso, con gli altri e con il mondo, così da adattare le strategie psicoterapiche alle situazioni e non le situazioni ad una teoria.
Il passaggio dalla ricerca delle cause del problema allo studio del funzionamento patologico cambia il modo di intendere il comportamento disfunzionale, che spesso “è la reazione migliore che il soggetto crede di poter esercitare su una determinata situazione” (Nardone, Watzlawick, 1990). Il sistema percettivo-reattivo di un soggetto problematico tende infatti ad irrigidirsi ed a perseverare nell’utilizzo di una o più strategie, che funzionano come veri e propri amplificatori del problema stesso, e sono proprio queste tentate soluzioni messe in atto dagli stessi portatori del disturbo che mantengono o aggravano la condizione patologica.
I problemi che si vogliono risolvere non vengono quindi visti come correlati alle proprietà degli oggetti o delle situazioni - cioè alla cosiddetta realtà di primo ordine - bensì al significato, al senso ed al valore che vengono attribuiti a tali oggetti e situazioni - cioè alla loro realtà di secondo ordine. Sulla base di tali principi, si è venuta strutturando una specifica metodologia applicativa, che tiene conto della complessità delle interazioni umane.
Il paradigma-chiave dell’intervento psicoterapeutico è che “il terapeuta in quanto outsider è in grado di provocare quello che il sistema stesso non è in grado di produrre: un cambiamento delle proprie regole” (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1967). Le specifiche manovre messe in atto, infatti, inducono cambiamenti nelle modalità con le quali le persone hanno costruito le proprie realtà disfunzionali, modificando l’organizzazione relazionale, cognitiva ed emotiva da cui origina il disturbo. Secondo questa teoria, per cambiare una situazione problematica, prima si deve cambiare l’agire e di conseguenza il pensare, in quanto l’insight è l’effetto del cambiamento stesso e non la sua causa. Rendere il paziente consapevole nei confronti del disturbo e delle cause del problema fa aumentare, infatti, la resistenza al cambiamento,
in quanto “ogni sistema, per il principio dell’omeostasi, resiste al suo cambiamento. Il renderlo consapevole del cambiamento, prima che questo avvenga, significa mettere in guardia il sistema” (Nardone, Watzlawick, 1990). La riuscita dell’intervento dipende anche da un altro fattore cruciale: il tempo, che deve essere necessariamente breve, perché “abbastanza presto anche il nuovo sistema (quello che include il terapeuta) si consolida a un punto tale che il terapeuta è preso in esso in modo quasi inestricabile e da quel momento in poi ha molte meno possibilità di produrre un cambiamento di quante ne avesse all’inizio del trattamento” (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1967).
Partendo da siffatte premesse epistemologiche e metodologiche, sono stati messi a punto modelli di trattamento specifico per varie patologie, nei quali sono previste sequenze programmate di intervento, che comunque vanno sempre adattate allo specifico caso e perciò richiedono una sintesi personale tra tecnica, inventiva e creatività. Bibliografia:
Nardone G., Verbitz T., Milanese R., “Le prigioni del cibo”, Ponte alle Grazie, Milano 1999
Nardone G., Watzlawick P., “L’arte del cambiamento”, Ponte alle Grazie, Milano 1990
Thom R., “Parabole e catastrofi”, Il Saggiatore, Milano 1990
Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D. (1967), “Pragmatica della comunicazione umana”, Astrolabio, Roma 1971
Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R., “Change”, Astrolabio, Roma 1974
Cause degli attacchi di panico
Dott.ssa Roberta Guzzardi
Circa il 20% della popolazione Italiana soffre di Attacchi di Panico e di disturbi legati all'Ansia.
Come mai un numero così vasto di persone? Quali sono le cause che conducono allo sviluppo di tali disagi psicologici?
Problemi relazionali, problemi lavorativi, paure inconsce, fobie... tutte risposte plausibili, ma di certo non definitive. La risposta è meno scontata del previsto e non solo! Spesso, il tentativo di trovare spiegazione al problema conduce ad un aggravarsi dello stesso invece che ad una risoluzione.
Ludwing Wittgenstein scrisse: “Quelli che continuano a domandare sono come turisti che davanti ad un monumento leggono la guida e proprio la lettura della storia della sua origine ecc... impedisce loro di vedere il monumento!”
Il problema sta in una concezione di causalità lineare secondo cui A causa B. Quindi se si elimina A si elimina anche B. Se si elimina la causa dell'attacco di panico si elimina anche l'attacco di panico.
Ma la nostra vita è molto più complessa, ricca di avvenimenti, situazioni, persone coinvolte, emozioni provate ecc... e tutte queste variabili (A, B, C, D, ecc...) sono legati tra di loro in una causalità circolare e non più solo lineare. A livello grafico non c'è più una concezione deterministica di questo tipo:
dove A causa necessariamente B che causa necessariamente C ecc... e dove, di conseguenza, per eliminare C bisogna eliminare B e per eliminare B bisogna eliminare A.
Ma una concezione in cui gli elementi in gioco si influenzano vicendevolmente dando vita ad un processo circolare in cui non esiste più un inizio ed una fine, ma un sistema
di reciproca influenza fra i fattori in gioco tutti ugualmente importanti sia per il mantenimento che per la soluzione del problema!
Ecco quindi che per uscire da un problema di attacchi di panico non è importante la ricerca delle cause. Diventa invece scoprire come funziona il problema
nella sua globalità, quali sono i meccanismi mentali che lo innescano e che, soprattutto, lo mantengono nel tempo.Proprio per questo motivo la Terapia Breve Strategica va alla ricerca delle strategie e delle soluzioni che il paziente con attacchi di panico utilizza per gestire il problema, perché spesso ciò che si fa per fuggire dal panico è proprio ciò che lo alimenta!
Bibliografia:
Nardone G., Paura, panico, fobie. La terapia in tempi brevi, Ponte delle Grazie, Milano, 1995.
QUANDO LA PAURA CI TIENE SOTTO SCACCO.
L'arte di cercare alleati per trovare solo nemici..
Dott.ssa Claudia Riccardi
La paura ci tiene sotto SCACCO?
ci sentiamo come in una scacchiera in cui l'unica mossa che siamo in grado di fare è difenderci?
allora siamo stati proprio bravi: siamo arrivati al punto in cui non abbiamo solo paura ma PAURA DI AVER PAURA! Se siamo a questo punto abbiamo già capito
che la razionalità, la forza di volontà, l'autocontrollo e chi ne ha più ne metta non funzionano. Sarà perché contro la paura non ci sono armi o sarà perché
utilizziamo i nostri nemici come alleati? Che la paura sia molto forte non ci sono dubbi ma se le forniamo anche delle armi ecco qui che ci stiamo dando la zappa
sui piedi con le nostre stesse mani. Quando la paura ci tiene sotto tiro non c'è ragionevole ragionevolezza che tenga: più scappiamo, più essa ci insegue,
più la teniamo sotto controllo più ci sfugge e ci attacca. Se poi proviamo anche a parlare di essa ecco che diventa ancora più forte e distruttiva.
Per combattere un nemico così irrazionale e arcaico come la PAURA non possiamo utilizzare ciò che il buon senso ci porta a fare. Perchè? perchè il buon senso,
la razionalità e la logica ordinaria sono alleati della paura stessa! Ed ecco ciò che spesso succede a tutti coloro che sono in parte, nella loro vita, invalidati
dalla paura: nel tentativo di combatterla utilizzano delle alleati che si rivelano essere degli agguerriti nemici. La psicologia strategica si occupa dello studio di
strategie e stratagemmi che seguono una logica non ordinaria e che aggirano la paura stessa! Queste astuzie sono facilmente utilizzabili da tutti! Ma quali sono gli
alleati della PAURA? quali sono i nostri nemici che trattiamo come migliori amici? eccone alcuni esempi:
1) LA FUGA

ma perchè la fuga è nostra nemica? perchè è guidata dalla paura stessa! quando abbiamo paura è il nostro cervello che ci comanda di scappare e ci aiuta
anche a farlo al meglio! Questo è in sè un meccanismo sano, che ci protegge! il guaio è che più ci proteggiamo più la paura aumenta!
2) LE PRECAUZIONI e PROTEZIONI
Cosa sono? qualunque cosa o persona siamo costretti a portare con noi per proteggerci sia dalla paura che dai suoi
effetti su di noi. Perché sono nostre nemiche? Perché sono molto simili a delle stampelle che ci ricordano ogni giorno che non siamo in grado di fronteggiare la paura.
Tutte queste armature secondo voi ci danno più forza o in realtà ci fanno sentire più deboli?
3)CONTROLLO e ASCOLTO 
Spesso per paura che la paura ci possa assalire cominciamo ad ascoltare e prestare attenzione ad aspetti del nostro corpo o della nostra mente che
invece di tranquillizzarci ci creano solo preoccupazioni ed angosce eccessive. Se proviamo a controllare la nostra respirazione, il nostro cuore,
il nostro livello di ansia, la nostra pelle, la nostra salute otteniamo paradossalmente ciò che non vogliamo! Ed è proprio così che nel tentativo di
controllare la paura stiamo effettivamente facendole un colpo di telefono per chiedergli di venirci a trovare.
4) DUBBI E E OSSESSIONI
Sono spesso domande che ci poniamo più volte e a cui spesso rispondiamo con altre domande o immagini che appaiono nella nostra mente che ci spaventano e che
tentiamo di scacciare. Nel primo caso stiamo in pratica cercando di controllare la paura nel secondo di fuggire da essa. In entrambe le situazioni stiamo
in realtà trattando i nostri nemici come migliori amici!
5) RITUALI COMPULSIVI

E’ tutto ciò che non possiamo evitare di fare per prevenire qualcosa che si teme possa accadere e/o per riparare qualcosa di negativo che
può essere accaduto o per propiziare eventi benevoli. Quando cominciamo a credere che se non agiamo in un certo modo possiamo subirne delle
conseguente negative può diventare inevitabile cadere vittime della paura. Se la paura ci tiene sotto scacco ecco che abbiamo solo due possibilità
per non uscirne sconfitti: far terminare la partita in stallo mettendo la paura contro se stessa o farle scacco matto trasformandola in coraggio!
Perché come ci spiega Goethe: “Le idee ispirate dal coraggio sono come le pedine negli scacchi, possono essere mangiate ma anche dare avvio ad un gioco vincente”.
SOS STALKING
istruzioni per l’uso in tre passi dialogati
Dott.ssa Claudia Riccardi
Come orientarsi nella giungla dello stalking? come capire se abbiamo a che fare con un corteggiatore inbranato e insistente o un paranoico aggressivo?
Ecco le istruzioni in tre piccoli passi.
PRIMO PASSO
IRMA: Innanzitutto dottoressa chi è lo stalker? DOTTORESSA: è colui che NON ACCETTA DI ACCETTARE IL RIFIUTO e che caduto in questa trappola perversa non riesce a fare a meno di evitare di : - comunicare le proprie emozioni, i bisogni e i desideri attraverso sms, lettere, telefonate ecc.. - tenere sotto controllo la vittima attraverso pedinamenti, appostamenti, spie, telecamere ecc... IRMA: quindi mi corregga se sbaglio, lo stalker tiene sotto controllo la vittima o con contatti indiretti o con avvicinamenti diretti? DOTTORESSA: esatto e spesso lo fa anche molto frequentemente.
IRMA: Quanti tipi di stalker ci sono?
DOTTORESSA: In letteratura (Muller e al., 1999) ne vengono distinti cinque: il primo è Il rifiutato: è colui che diventa persecutore dopo essere stato rifiutato o lasciato. Solitamente è mosso dal tentativo di riconquistare la persona amata e/o vendicarsi. E' colui che cerca costantemente di sfuggire dal dolore del rifiuto e ogni contatto con la vittima, ogni sua risposta alimentano le speranze e contemporaneamente l'ossessione e la rabbia.
IRMA: è potenzialmente pericoloso dottoressa?
DOTTORESSA: si Irma. Può anche arrivare ad uccidere la sua vittima come gesto di controllo estremo su di lei. Abbiamo anche il rancoroso offeso: è colui che che è convinto di aver subito un torto e non riesce a placare la sua sete di vendetta. Le sue comunicazioni con la vittima sono spesso piene di rancore ed esprimono minacce e voglia di vendetta. l'obiettivo è spaventare e molestare la vittima. IRMA: ma ha subito realmente un torto?
DOTTORESSA: non necessariamente, spesso è frutto della sua paranoia ma lui vive e agisce come se realmente l'avesse ricevuto. Si può parlare in questo caso di realtà fittizia che produce effetti concreti. Ciò è particolarmente vero per un altro tipo di stalker che chiamiamo il bisognoso d'affetto: è colui che si costruisce una relazione d'amore nella sua mente, cerca la vittima anche solo per rubarle un sorriso, un gesto, una foto insieme. Anche se la storia d'amore non è reale, i sentimenti che nutre questa persona è come se lo fossero! IRMA: ora ho capito e le altre due tipologie?
DOTTORESSA: Poi abbiamo Il corteggiatore inadeguato: è colui che avendo scarse abilità sociali e di corteggiamento mette in atto comportamenti molesti, aggressivi e spesso opprimenti. IRMA: e questo è pericoloso dottoressa? DOTTORESSA: di solito no e spesso tende a cambiare vittima ma può arrivare a pensare alla vittima come ad un oggetto non più da corteggiare ma da pretendere. Forse i più pericolosi e imprevedibili sono l predatori: sono sempre di sesso maschile e progettano spesso un'aggressione sessuale. Vi rientrano pedofili, esibizionisti e feticisti. Attaccano spesso di sorpresa e con violenza. Mette in atto appostamenti e azioni pianificate per raggiungere il loro obiettivo. Gli appostamenti pre-attacco sono spesso silenziosi mentre i contatti telefonici, se presenti, estremamente minacciosi e violenti. SECONDO PASSO IRMA: e una volta che ho capito questo cosa posso fare? DOTTORESSA: ora è il momento di confrontarci su cosa hai fatto finora e cosa stai tuttora facendo rispetto al problema! Spesso, inizialmente le vittime di stalking non riescono a valutare i comportamenti dello stalker e mettono in atto delle tentate soluzioni che, seppur logiche alimentano il problema. Molte vittime spesso, ad esempio, all'inizio cadono nella trappola perversa dell'essere gentili, accettano i loro inviti e cercano di dialogare razionalmente con loro o farsi soffocare da minacce di suicidio. Tutto questo oltre che fallimentare porta in breve tempo la vittima a stare in un crescente stato di ansia e spesso anche di panico, insonnia e stress acuto. IRMA: anche per me all'inizio è stato cosi. Io ero talmente esasperata e impaurita dalle sue chiamate che alcune volte rispondevo per cercare di chiarire la mia posizione.
DOTTORESSA: succede spesso a molte vittime di alternare non risposte a risposte ma questo non fa altro che alimentare le speranze e la rabbia dello stalker oltre alla sua paranoia. IRMA: ho capito dottoressa. e l'ultimo passo? TERZO PASSO DOTTORESSA: una volta che ci siamo accertati che si tratta di stalking, abbiamo capito cosa fa l'aggressore e cosa hai fatto e stai facendo tu, dobbiamo studiare un piano d'intervento.
IRMA: di cosa si tratta?
DOTTORESSA: nell'applicare ciò che può funzionare nella tua specifica esigenza! possiamo capire quali sono le cose differenti che possiamo fare per produrre anche noi degli effetti concreti! in pratica solo se cambiamo atteggiamento per le cose possiamo cambiarle. Spesso atteggiamenti per noi neutri o estremamente dissuasivi possono invece spingere il persecutore a continuare, non dimentichiamo che i suoi sentimenti di amore, odio, rancore sono autentici! dobbiamo eliminare ciò che continua a mantenerli in vita! a tal proposito F. de la Rochefoucald scrisse: "l'amore al pari del fuoco non può sussistere senza un continuo moto e cessa di vivere quando cessa di sperare o di temere".
Paura di volare o aerofobia
Dott.ssa Maria Cristina Meloni
Al giorno d’oggi una delle paure più ricorrenti è sicuramente quella di volare.
Secondo un sondaggio svolto da Eurodap su un campione di 800 persone tra i 18 e i 65 anni, per sei italiani su dieci l’aereo è il mezzo di trasporto che spaventa maggiormente e che riduce la scelta del luogo delle vacanze. Ma il vero problema nasce quando l’ansia non condiziona soltanto la scelta della meta turistica, bensì lo svolgimento del proprio lavoro. L’aereo, infatti, è ormai diventato il mezzo di trasporto più usato da numerosi professionisti, che sempre più frequentemente sono costretti a spostarsi percorrendo lunghi tratti. Ma, se da un lato l’aereo consente di accorciare le distanze facendoci sentire a casa anche nei luoghi più lontani, dall’altro lato può essere vissuto in modo fortemente ansiogeno da coloro che sperimentano tale condizione come incapacità e impossibilità di esercitare alcuna forma di controllo. Ed è proprio questa sensazione di impotenza e di mancanza di controllo della situazione che si insinua nella mente della persona, fino a generare una vera e propria fobia. L’aereo, anche se il più sicuro, a differenza degli altri mezzi di trasporto, nell’immaginario collettivo, è quello che genera maggiore ansia. Paradossalmente, infatti, quasi tutti riferiscono di sentirsi più tranquilli a viaggiare in auto, nonostante sia provato statisticamente che espone ad un maggior rischio di incidenti. Il mezzo autonomo, essendo controllato da noi, produce nella persona l’illusione di essere al riparo da eventuali situazioni di pericolo: possiamo decidere di fermarci quando lo vogliamo, di tornare indietro, di correre o di andare piano; tutto è nelle nostre mani e, soprattutto, abbiamo i piedi per terra! L’aereo, al contrario, viene vissuto da chi presenta questo disturbo come un luogo da evitare, una realtà nemica, pericolosa, in cui prendono vita e si animano le peggiori fantasie dell’individuo. L’intensità del timore va dal piccolo disagio, sentito prima o durante il volo, al terrore assoluto che impedisce alla persona di prendere l’aereo e, in alcuni casi, la conduce a sperimentare vere e proprie crisi d’ansia fino al tanto temuto attacco di panico.
Ma come si struttura questa paura e, soprattutto, come si trasforma in un disturbo fobico?
Nella maggioranza dei casi le persone che presentano questo problema, come afferma Giorgio Nardone: “non sono persone con un tratto fondamentale di paura nella loro percezione della realtà, ma individui che hanno mantenuto quella determinata paura evitando di affrontarla in quanto non impedente allo svolgersi della loro usuale vita”, ovvero si tratta di persone del tutto normali che non mostrano nessun altra paura se non quella di volare, e che hanno organizzato la loro vita semplicemente evitando di affrontare la situazione temuta fino a quando non si è presentata loro la necessità di prendere l’aereo. Questo il caso di imprenditori, manager e professionisti che vedono lesa la propria carriera se non affrontano il terrore di volare. In alcuni casi l’aerofobia può essere avvertita anche da chi non ha mai volato, bloccandolo sin dalla prima decisione di prendere l’aereo.
In sintesi, la sintomatologia di questa monofobia specifica si struttura proprio attraverso l’evitamento. Questa tentata soluzione, messa in atto nel tentativo di sfuggire alla paura, è disfunzionale in quanto, pur mettendo apparentemente la persona al riparo e al sicuro, produce la sensazione di incapacità andando a ledere il senso di autoefficacia personale. L’evitamento, nei casi in cui la persona sia costretta da situazioni contingenti a salire sul mezzo temuto, è affiancata da un’altra tentata soluzione: l’uso degli psicofarmaci; c’è chi sull’aereo non mette piede e chi, pur salendoci, conduce viaggi terribili in preda al terrore e al panico, stordendosi con sonniferi e ansiolitici che li trasformano in automi senza vita, anche perché non essendo abituati ad assumere tali sostanze l’effetto prodotto si amplifica, lasciando tracce evidenti per diversi giorni.
Come si può, allora, affrontare e sconfiggere la paura di volare in modo da viaggiare senza ansia? La Terapia Breve Strategica, attraverso alcune manovre specifiche di sblocco, aiuta il paziente a liberarsi dell’aerofobia in tempi brevi. Infatti, facendogli vivere un’esperienza emozionale correttiva, introduce gradualmente un cambiamento nel modo di percepire e rapportarsi alla realtà e, in particolare, alla situazione fobica, che porterà il paziente a modificare il proprio sistema percettivo-reattivo fino alla completa scomparsa della sintomatologia, ovvero fino alla risoluzione del problema.
Bibliografia
Nardone G., Watzlawick P., L’Arte del Cambiamento, manuale di terapia strategica. Ipnoterapia senza trance, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990. Nardone G. (2000), Oltre i limiti della paura, BUR, Milano. Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R., Change, Astrolabio, Roma 1974 .Paura di guidare o amaxofobia
Dott.ssa Maria Cristina Meloni
La paura eccessiva e persistente di guidare è oggigiorno sempre più diffusa tra la popolazione. Frequenti, infatti, sono i casi di persone che provano terrore alla sola idea di mettersi al volante, di trovarsi in autostrada o all’interno di una galleria, di percorrere un ponte o i tornanti di una montagna, di sentirsi ingabbiati in mezzo al traffico. Solitamente chi presenta questo disturbo non prova paura solo se guida la macchina, ma anche tutti quei mezzi in cui la qualità di conducente fa sì che l’individuo si senta costretto ad agire in prima persona. Infatti, è la responsabilità della guida che spaventa, in quanto la persona è ossessionata dal pensiero di perdere il controllo del mezzo e dal terrore di causare incidenti. All’interno di questo disturbo è possibile distinguere tra coloro che principalmente temono di essere la causa di brutti incidenti, e coloro che invece hanno paura di essere coinvolti negli incidenti da terzi. Nel primo caso, che è anche il più diffuso, la fobia nasce dalla poca autostima e dalla insicurezza, che si traducono, come accennato, nella paura di perdere il controllo del veicolo, nel secondo caso, invece, l’amaxofia è maggiormente legata all’immagine mentale di subire eventi devastanti e mortali, come l’essere investiti da un camion o l’essere vittime di un incidente. Alcune volte si tratta di persone che in passato hanno vissuto episodi traumatici, che vanno dal semplice tamponamento al grave incidente stradale che ha comportato un pericolo di morte, ovvero gravi lesioni anche dei propri cari. In quest’ultimo caso, tutavia, dietro un apparente amaxofobia si cela quasi sempre un disturbo post traumatico da stress.
La maggior parte dei sintomi che accompagnano la paura di guidare sono di natura somatica, e vanno dai tremori, dalla tachicardia e sudorazione fino allo sperimentare un vero e proprio attacco di panico. I sintomi si presentano qualche ora prima di guidare o durante la guida in situazioni ritenute pericolose e allarmanti, come la pioggia o l’entrata in galleria. Spesso le persone riferiscono anche di non riuscire a dormire o di avere incubi notturni se costretti a mettersi alla guida il giorno successivo.
Ma come funziona questo problema? Quali sono, cioè, le tentate soluzioni messe in atto dalla persona che vengono reiterate nel tempo? Le tentate soluzioni disfunzionali che mantengono in piedi questa fobia specifica sono principalmente due: l’evitamento, ossia la scelta di non guidare, e la richiesta di aiuto, ovvero il farsi accompagnare da terzi (solitamente familiari). Così chi ha paura di guidare è spesso costretto a dipendere dagli altri, alimentando in tal modo quel senso di inefficacia personale che mantiene in piedi il problema. Infatti, ciò che la persona ha fatto fino a quel momento per sfuggire al problema non solo non è servita a risolverlo, ma addirittura lo ha alimentato. Pertanto si è costruito un circolo vizioso che ha ingabbiato il paziente amaxofobico nella paura, fino a farlo sentire sempre più incapace. Infatti, la sensazione di insicurezza viene alimentata dal copione che la persona riproduce quotidianamente con la scelta dell’evitamento e della richiesta di aiuto, fino a diventare un vero e proprio disturbo invalidante. Si tratta della “profezia che si autodetermina” che, come afferma Watzlawick, conduce la persona a sperimentare ciò che teme, ovvero la porterà a creare lei stessa le condizioni affinché tale situazione si verifichi. Il tratto che accomuna tutti i soggetti che soffrono di amaxofobia è il fatto di essere giunti al punto di non vivere più una vita autonoma ed indipendente dai propri cari, tanto da sentirsi incapaci di svolgere da soli qualunque attività liberi dalla paura e dalla fissazione fobica.
Per curare questo disturbo il terapeuta, attraverso alcune manovre di sblocco e rottura del circolo vizioso che mantiene vivo il problema, condurrà il paziente a “costruire un nuovo equilibrio basato su percezioni e reazioni alternative nei confronti della realtà fondato sulle sue personali risorse” (Watzlawick P., Nardone G, 1997). La terapia strategica è “un intervento terapeutico breve e focale orientato all’estinzione dei disturbi presentati dal paziente. Questo approccio non è una terapia superficiale e sintomatica ma un intervento radicale, poiché mira alla ristrutturazione delle maniere attraverso le quali ognuno costruisce la realtà che poi subisce” (Nardone, 1999). Perciò chi si sente ingabbiato in questa paura può in tempi brevi risolvere il suo problema e attuare un vero cambiamento attraverso la riscoperta di sé e delle proprie potenzialità, così da intraprendere un nuovo percorso di vita. Infatti, come afferma Giorgio Nardone nel suo saggio Cambiare occhi, toccare il cuore, “si è sconfitti solo quando ci si arrende”.
Bibliografia
A.A.V.V., Piccolo breviario per affrontare la paura, Gribaudi Ed., Torino, 1987. Nardone G., Watzlawick P. , Terapia Breve Strategica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997. Nardone G., Paura, panico, fobie, Ponte alle Grazie, Milano, 1993. Nardone G., Psicosoluzioni, BUR, Milano, 1999. Nardone G., Oltre i limiti della paura, BUR, Milano, 2000. Malagoli-Togliatti M., Telfener U., Dall’individuo al sistema, Boringhieri, Torino, 1991.